Public privacy: il dipendente pubblico tra smart working, digital transformation e diritto alla disconnessione

di Valentina Brovedani


L’emergenza sanitaria ha indotto il Legislatore a ripensare le modalità lavorative del pubblico impiego, accelerando inconsapevolmente quel profondo cambiamento culturale orientato ai risultati e ad una valutazione legata alla reale performance, che aveva trovato, per la prima volta, il suo fondamento con la Legge Madia, attraverso la riorganizzazione degli spazi, del tempo e l’uso della tecnologia.

Lo smart working, per più di un anno, è diventata la modalità di lavoro ordinaria della pubblica amministrazione, in deroga a quella in presenza prevista dall’art. 1, comma 2, D.Lgs. 165/2011.

L’attuale Governo Draghi ha però messo un freno alla digital transformation e con DPCM 23 settembre 2021, c.d. Decreto Brunetta, il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministero della pubblica amministrazione, ha stabilito che, a partire dal 15 ottobre, la modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa nelle amministrazioni pubbliche tornerà ad essere quella in presenza, ripristinando la situazione antecedente all’emergenza epidemiologica.

Come anticipato, lo smart working nella pubblica amministrazione è stata introdotto per la prima volta dalla Riforma Madia – L. 124/2015 – in un’ottica sperimentale: il lavoro agile doveva attuarsi per almeno il 10% dei dipendenti pubblici entro tre anni.

Dobbiamo però attendere la Legge 22 maggio 2017, n. 81 e la successiva direttiva n. 3 del 2017 del Presidente del Consiglio dei ministri e del Ministro Madia, affinché possa dirsi ufficialmente avviata la stagione dello smart working nelle pubbliche amministrazioni.

In linea generale, lo smart working, inteso come nuova modalità lavorativa, è stato pensato per la società dei giorni nostri. Una società, la nostra, sottoposta a continui stimoli; basti pensare a come la tecnologia più avanzata (pensiamo a smartphone, tablet, laptop) ci ha resi raggiungibili in ogni momento della giornata, rendendo il nostro contributo lavorativo necessario e spendibile a qualsiasi ora. Non esistono più tempi morti: riceviamo chiamate, e-mail, messaggi, notifiche, PEC mentre ci stiamo dirigendo a lavoro, sui mezzi pubblici, in pausa pranzo e, tocca dirlo, anche negli orari serali e notturni. La frenesia dei nuovi stimoli ha reso necessario pensare a un nuovo modello lavorativo, in grado di ottimizzare e bilanciare tempi ed energie dei lavoratori: lo smart working, da un lato, pone il lavoratore nelle condizioni di poter conciliare i tempi di vita con i tempi lavorativi e, dall’altro, converte il metodo valutativo delle performance, orientate ai risultati raggiunti dal dipendente.

Le contingenze sociali, ambientali, economiche in cui viviamo orientano da sempre il Legislatore e, più in generale, l’ordinamento giuridico. In questo senso, non possiamo prescindere da un principio di massima, secondo cui il diritto deve adattarsi ed evolversi conformemente alle esigenze della società. E dunque, anche lo smart working rappresenta la risposta all’evoluzione sociale, nel più grande progetto della rivoluzione digitale della pubblica amministrazione.

È evidente come lo smart working consenta di gestire al meglio il proprio work-life balance, valorizzando il tempo a disposizione e abbattendo i costi legati agli spostamenti. Da questo punto di vista, il lavoro agile può essere considerato una misura di welfare, legata al concetto di sustainability che sta sempre più permeando la concezione di ambiente lavorativo.

Non solo. Dal punto di vista organizzativo, lo smart working implica una importante razionalizzazione dell’uso delle risorse e al contempo un aumento della produttività, legato al risparmio in termini di costi e miglioramento dei servizi offerti; consente, inoltre, la valorizzazione delle risorse umane e loro responsabilizzazione. Conseguono importanti vantaggi anche in termini di valutazione della performance, che tende ora a basarsi sui risultati e sui livelli di servizio.

Come detto, lo smart working si inserisce nel più ampio processo di trasformazione digitale della pubblica amministrazione; la digital transformation rappresenta il prodotto dell’operazione che vede l’addizionarsi di più obiettivi: flessibilità, trasparenza, partecipazione, autonomia. Il tutto, letto in una chiave di modernizzazione della governance pubblica. Ne deriva l’esigenza di creare un soggetto pubblico sempre più vicino al cittadino, sia in termini di partecipazione al procedimento, ma anche e soprattutto – e qui sta la novità – in termini di facilitazione: l’amministrazione deve permettere al cittadino di partecipare facilmente al procedimento di formazione degli atti che lo riguardano.

Per tornare al punto di partenza, abbiamo detto che l’emergenza epidemiologica ha posto lo smart working quale modalità lavorativa ordinaria. L’esperienza del lavoro agile ha però sollevato alcune criticità, che hanno trovato seguito all’art. 2, comma 1ter, L. 6 maggio 2021, n. 61, nel c.d. diritto alla disconnessione dagli strumenti tecnologici e dalle piattaforme informatiche utilizzate per svolgere la prestazione lavorativa: la prescrizione normativa, pur facendo salva la disciplina del lavoro agile stabilita dai contratti nazionali per il pubblico impiego, deve ritenersi estesa anche ai dipendenti pubblici.

Il diritto alla disconnessione è infatti garantito dal DPCM 23 settembre 2021, che prevedendo il graduale ritorno in presenza, conferma tre tipologie di fasce orario per i dipendenti pubblici che potranno continuare a lavorare in smart working: 1) operatività, ovveri gli orari lavorativi durante i quali il lavoratore deve rendersi reperibile e operativo; 2) contattabilità, il lavoratore deve essere contattabile sia telefonicamente che tramite e-mail; 3) inoperabilità, ovvero il periodo in cui il lavoratore non dovrà erogare alcuna prestazione.

In estrema conclusione, l’uso moderato della tecnologia rappresenta il minimo comune denominatore nella rivoluzione digitale della pubblica amministrazione e, al contempo, costituisce anche un importante strumento della nuova concezione di lavoro e di vita privata.


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