Nella maggior parte dei casi, gli utenti di Internet accettano termini e condizioni di servizio che non hanno minimamente letto. Tale circostanza, tuttavia, non è da imputarsi unicamente ad una sorta di “pigrizia da testiera” o alla rapidità che caratterizza il vivere moderno ma trova un fondamento più che legittimo in una pluralità di ragioni.

In primo luogo, tempo fa uno studio ha evidenziato che la lettura effettiva delle sole privacy policy costerebbe, in termini di tempo, circa 200 ore l’anno per utente[1]. E ciò prima dell’entrata in vigore del Regolamento (UE) 2016/679. Peraltro, anche volendo investire il proprio tempo nello studio dei c.d. ToS, si tratterebbe di un’attività con scarsissimo rilievo pratico, stante lo scarso potere contrattuale dell’utente in relazione ad un eventuale controparti delle dimensioni di Google o Facebook.

Peraltro, il legislatore è intervenuto a più riprese tentando, se non di parificare, quantomeno di tutelare il consumatore che, non sempre per propria colpa, si trova a dover accettare delle clausole potenzialmente abusive. Particolarmente significativa è, a questo proposito, la Direttiva 93/13/CEE[2]avente ad oggetto la disciplina delle clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, che l’Unione Europea tenta da tempo di contrastare anche al fine di garantire maggiore sicurezza negli scambi commerciali[3]. Più precisamente, l’art. 3 della citata normativa prevede che: 

Una clausola contrattuale, che non è stata oggetto di negoziato individuale, si considera abusiva se, malgrado il requisito della buona fede, determina, a danno del consumatore, un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi delle parti derivanti dal contratto.

Si considera che una clausola non sia stata oggetto di negoziato individuale quando è stata redatta preventivamente in particolare nell’ambito di un contratto di adesione e il consumatore non ha di conseguenza potuto esercitare alcuna influenza sul suo contenuto”.

Tuttavia, agli interventi del legislatore europeo e nazionale non è seguito il risultato sperato ed il problema delle clausole abusive, che ad oggi permangono in moltissimi ToS, rimane particolarmente avvertito.

In questo contesto si inserisce Claudette – “automated CLAUse DETectEr”, il progetto di ricerca interdisciplinare portato avanti da alcuni ricercatori[4]dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole, guidato dai professori Giovanni Sartor e Hans-W- Micklitz, in collaborazione con gli ingegneri dell’università di Bologna e dell’Università di Modena e Reggio Emilia. 

Scopo del progetto è quello di contrastare l’inserzione delle clausole abusive attraverso l’automazione della fase di identificazione delle stesse. Peraltro, si tratta di uno strumento che può senza dubbio risultare utile non solo ai consumatori ma anche agli stessi operatori del settore, quali avvocati o associazioni dei consumatori, che potrebbero risparmiare tempo e costi derivanti dalla altrimenti necessaria fase di studio dei contratti e di conseguente identificazione delle clausole abusive[5]

Per “allenare” Claudette secondo lo schema tipico dei meccanismi di machine learning, sono stati presi in considerazione i termini e le condizioni di servizio di alcune delle maggiori piattaforme online, quali, tra le altre, Google, Linkedin, Dropbox, World of Warcraft, Yahoo e Twitter. Ciascuna clausola è stata poi ricondotta ad otto diverse categorie quali giurisdizione, legge applicabile o limitazioni di responsabilità. 

Il corpus finale contiene, dunque, un totale di 12011 frasi. Appare significativo che l’8,6% delle frasi totali (segnatamente, 1032 delle 12011 inserite) sia stato identificato come potenzialmente abusivo. Tra le meno ricorrenti vi è quella di arbitrato mentre all’opposto vi è quella relativa alla limitazione della responsabilità.

In ogni caso, per quanto il progetto sia ancora in fase di potenziamento, è già possibile testare il software, disponibile al seguente link: http://155.185.228.137/claudette/.


[1]MCDONALD e CRANOR, The cost of reading privacy policies, in A Journal of Law and Policy for the Information Society 4(3), 2008.

[2]Direttiva 93/13/CEE del Consiglio, del 5 aprile 1993, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori.

[3]Si legge nei considerando della Direttiva: “considerando che normalmente i consumatori non conoscono le norme giuridiche che disciplinano, negli Stati membri diversi dai loro, i contratti relativi alla vendita di beni o all’offerta di servizi; che tale ignoranza può distoglierli dalle transazioni dirette per l’acquisto di beni o la prestazione di servizi in un altro Stato membro”.

[4]L’elenco completo dei partecipanti al progetto è disponibile sul sito dell’Istituto Universitario Europeo: https://claudette.eui.eu/about/.

[5]Lippi et al. (2017) Automated Detection of Unfair Clauses in Online Consumer Contracts, JURIX 20017 Conference Proceedings, available here in open access.

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