Token burning, cos’è e come funziona


Il 2021 si può dire essere stato l’anno delle criptovalute. In particolare, è proprio dall’all’inizio della pandemia fino a marzo 2021 che il market cap ha subito una vera e propria esplosione, con molte persone prima diffidenti che invece si sono dette pronte ad investire in nuove forme di valuta digitale. Il market cap totale delle criptovalute, ad oggi, è di 2.23 trilioni di dollari, quasi equivalente al PIL dell’intera Francia. Una sorte analoga hanno avuto i giochi (sia d’azzardo che non) online, tant’è vero che è profilerato sia lo streaming (come per esempio quello su Twitch) di gamer che hanno deciso di rendere pubblica in diretta la propria esperienza di gioco, sia le guide, come per esempio su come si gioca a Blackjack o molti altri giochi.

Un aspetto spesso oggetto di poca attenzione in tema di criptovalute riguarda la loro possibile eliminazione. Questo processo viene chiamato Token Burning o anche Coin Burn, cioè bruciatore di monete/token.

Token burning: come funziona

Come anticipato il token burning altro non è che un processo attraverso il quale è possibile eliminare le crypto in circolazione. I miner e i developer trasmettono la quantità di valuta digitale che intendono eliminare ad un particolare indirizzo, denominato eater/burning address, sprovvisto di una chiave privata. Questa sorta di “portafoglio virtuale” non ha un proprietario specifico, e senza la chiave privata che ne consente l’accesso (non esistendone una), fa sì che le valute ivi destinate non possano essere dirottate verso altre destinazioni. Ne va da sé che anche le operazioni “erroneamente” effettuate verso quel determinato indirizzo non potranno essere annullate, e le somme restituite.

Diverso dal procedimento appena illustrato è invece l’auto-burn, che rappresenta invece una funzione “automatizzata” di eliminazione della specifica criptovaluta, scritta proprio nel suo codice. Binance Coin e Bitcoin Cash in questo senso, rappresentano rispettivamente i due esempi più lampanti di valuta dotata di auto-burn, e di valuta oggetto di coin burning massivo (il 12% di Bitcoin Cash è stato “bruciato” in un solo colpo lo scorso 20 aprile).

Ma qual è la ratio della bruciatura/eliminazione di token e criptovalute?

Le motivazioni, sono in realtà diverse. Tra esse, senz’altro la principale è il tentativo di favorirne il rialzo di valore, riducendone l’offerta. E’ stato però osservato che non esiste alcuna garanzia sul fatto che il valore dei token in circolazione aumenti (come hanno dimostrato diversi tentativi già effettuati in questi anni), e le fluttuazioni del prezzo sembrano essere pertanto totalmente indipendenti da quante crypto vengono bruciate. C’è poi chi ha ipotizzato che, da un punto di vista un po’ più macroeconomico, il token burning possa essere un efficace strumento deflattivo. Se ne può discutere, ma al momento, considerato l’enorme numero di criptovalute in circolazione (ad oggi oltre 9.000), tra cui nessuna di esse è realmente dominante sulle altre, pare prematuro ipotizzare effetti deflattivi su larga scala. Altro caso interessante sul token burning riguarda la cosiddetta proof-of-burn, ossia il meccanismo secondo il quale la criptovaluta viene bruciata per convalidare le transazioni sulla blockchain. Iain Stewart, l’inventore dell’algoritmo PoB, utilizza la seguente analogia per descrivere l’algoritmo: burnt coins are like mining rigs. In this analogy, a miner burns their coins to buy a virtual mining rig that gives them the power to mine blocks. The more coins burned by the miner, the bigger their virtual mining “rig” will be.

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