Il «riuso» del software: una speranza per la crescita digitale

Di Alex Carleo

La sinergia tra AgID e il Team per la Trasformazione Digitale ha portato, nell’aprile 2018, alla pubblicazione delle nuove “Linee Guida sull’Acquisizione e Riuso del Software” per la Pubblica Amministrazione.

Si tratta di un documento, atteso da tempo, che si pone l’obiettivo di favorire la crescita digitale delle P.A. e porre un freno alla frammentarietà degli investimenti pubblici nel mondo software, predisponendo per le pubbliche amministrazioni un iter procedimentale che le guidi nella scelta degli applicativi.

Conformemente a quanto stabilito dall’art. 69 C.A.D., le amministrazioni sono tenute a rendere disponibile, sotto licenza aperta, il codice sorgente dei software di cui sono proprietarie, in modo che altri soggetti pubblici possano avvalersene gratuitamente per le rispettive attività ed esigenze, sostenendo solo le spese necessarie all’adattamento dell’applicativo, ma non quelle di progettazione e realizzazione.

L’assenza di processi e di una governance ben delineati, tuttavia, ha determinato per oltre un decennio la sostanziale inattività della norma, con il risultato che, ogni anno, ingenti risorse pubbliche venissero impiegate per la realizzazione disoftware ex novo.

Le presenti Linee Guida – che sostituiscono la precedente circolare 63/2013, intitolata «Linee guida per la valutazione comparativa prevista dall’art. 68 del D.Lgs. 7 marzo 2005, n. 82 Codice dell’Amministrazione digitale», e i relativi allegati – si propongono allora di “rivitalizzare” il dato normativo e costruire un “metodo” di collaborazione tra le P.A. nell’acquisizione e riuso di applicazioni già definite.

Il riuso, infatti, non è un procedimento automatico, ma necessita di essere supportato. Ne va compreso il significato, ne vanno considerati i vantaggi, va fissato un modus operandi comune.

Con «riuso» di un software si intende “il complesso di attività svolte per poterlo utilizzare in un contesto diverso da quello per il quale è stato originariamente realizzato, al fine di soddisfare esigenze similari a quelle che portarono al suo primo sviluppo. Il prodotto originario viene «trasportato» nel nuovo contesto arricchendolo, se necessario, di ulteriori funzionalità e caratteristiche tecniche che possono rappresentare un «valore aggiunto» per i suoi utilizzatori”.

Il riuso, reso possibile dal rilascio del software in open source, non solo permette un risparmio di risorse e tempo, ma è garanzia di trasparenza nei confronti di cittadini e diventa strumento di controllo sull’operato dei fornitori e sulle modalità di spesa delle risorse pubbliche.

La finora cattiva fortuna delle esperienze pubbliche di riuso, a ben vedere, però, travalica l’ambito software.

Un esempio è rappresentato dalla possibilità per gli organi di polizia, offerta dall’art. 86 bis disp. att. c.p.p., di reimpiegare nell’attività di contrasto ai crimini informatici le apparecchiature informatiche o telematiche che siano state sottoposte a confisca o sequestro.

Tale disposizione, che si propone di dotare le forze di polizia di strumenti all’avanguardia per la lotta ai criminali informatici – sottraendo a questi ultimi le risorse adoperate per la commissione dei reati -, è stata nella pratica disinnescata.

Anche in questo caso, le ragioni del mancato funzionamento del meccanismo di riuso sono molteplici, e da ricollegarsi prevalentemente all’assenza di procedure riguardanti i modi  di utilizzo e custodia dei beni, oltre che disciplinanti la responsabilità per i danni arrecati alle apparecchiature e ai dati in queste contenuti.

È innegabile, comunque, che le difficoltà di attecchimento della politica del riuso trovino una spiegazione anche nella impellente necessità di potenziare strutturalmente le competenze digitali della P.A.

Investire in formazione, incentivare la connessione tra le P.A. nonché creare organismi di supporto all’acquisizione e riuso degli applicativi, potrebbe aiutare il Paese – che dispone già di una legislazione moderna sul tema – ad accelerare la crescita digitale e recuperare terreno nel panorama europeo.

Come si evince dalla relazione DESI, purtroppo, l’Italia si colloca solo al 25° posto nella classifica recante il grado di digitalizzazione degli Stati dell’Unione, con un punteggio superiore soltanto a quello di Bulgaria, Grecia e Romania, e con un ritardo di ben30 punti dalla Danimarca, che occupa la prima posizione.

Con l’auspicio, dunque, che le Linee Guida suesposte possano favorire la crescita di un ecosistema pubblico interconnesso, finalmente improntato al riuso e all’ottimizzazione della spesa pubblica, si rinvia al testo integrale del documento per l’analisi degli aspetti tecnici.


1) Linee Guida su acquisizione e riuso di software per le pubbliche amministrazioni, https://lg-acquisizione-e-riuso-software-per-la-pa.readthedocs.io/it/latest/index.html.

2) Open Software e Pubblica Amministrazione: online le linee guida sull’acquisizione e il riuso del softwaredi Giovanni Bajo, membro del Team per la Trasformazione Digitale, https://medium.com/team-per-la-trasformazione-digitale/open-software-pubblica-amministrazione-linee-guida-cad-acquisizione-riuso-b8c3be29cf10

3) Indice di digitalizzazione dell’economia e della società, relazione nazionale sull’Italia per il 2018, http://ec.europa.eu/information_society/newsroom/image/document/2018-20/it-desi_2018-country-profile-lang_4AA6AC9F-0F0F-0F48-8D21A979E9D5A1B7_52348.pdf


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