La blockchain: disintermediazione, crittografia e fiducia

di Maria Lillà Montagnani e Mirta Cavallo

Il presente articolo è un estratto di “L’industria finanziaria tra FinTech e TechFin: prime riflessioni su blockchain e smart contract”, pre-stampa Zanichelli, 2019.
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Le caratteristiche di affidabilità, efficienza e sicurezza che rendono la tecnologia blockchain così promettente in ambito finanziario sono riconducibili al suo funzionamento stesso. Si rende quindi necessario capire le caratteristiche tecniche di questa tecnologia – e le funzionalità che ne discendono – per poterne comprendere appieno potenzialità e applicazioni, tra cui spicca indubbiamente quella degli smart contract, sempre più spesso impiegati per la gestione automatizzata di rapporti di scambio.

In termini generali, una rete blockchain può essere equiparata ad una banca di dati pubblicache invece di essere gestita centralmente da un’unica entità è contemporaneamente “tenuta” da una pluralità di soggetti (nodi), ossia computer collegati tra loro all’interno di una rete peer-to-peer[1]. Più specificamente, all’interno di questa banca di dati (o “registro digitale”) le operazioni registrate e gestite – che possono andare dal trasferimento di una criptovaluta alla compravendita di un bene immobiliare – costituiscono ciascuna un “blocco”. Nello specifico, i blocchi possono essere considerati informazione in versione digitale; ciascun blocco contiene infatti sia una serie di informazioni relative alla transazione che si registra e alle parti coinvolte, sia una serie di elementi, denominati “hash” and “timestamp”, che rendono il blocco unico.

I diversi blocchi della catena (da qui il ricorso ai termini “block” and “chain”) sono collegati tra loro nell’ordine in cui sono stati creati e sono immodificabili poiché l’annessione di ogni blocco deve essere approvata da tutti i nodi alla rete tramite un predeterminato meccanismo di validazione, anche detto “consenso”. Una copia esatta di tutti i blocchi è infatti sempre sincronizzata e conservata da ciascun nodo del sistema, il quale può procedere ad un aggiornamento del medesimo soltanto nel rispetto del meccanismo di consenso prescelto[2]. A prescindere dalle specificità tecniche che distinguono vari meccanismi di validazione, possono comunque rintracciarsi alcuni tratti comuni: i membri della comunità vengono informati in tempo reale di ogni transazione e verificano la correttezza di tutte le informazioni rilevanti prima di approvare il nuovo blocco e aggiungerlo alla catena. In questo modo soltanto le transazioni legittime vengono registrate, in modo irreversibile, nella blockchain, mentre le transazioni irregolari vengono isolate e scartate[3].

All’interno di una rete blockchain può inoltre essere offerto l’anonimato alle parti delle operazioni registrate, che operano sotto “pseudonimo”, per cui non è possibile collegare un account ad un soggetto specifico, essendo ogni account rappresentato da una chiave consistente in lunga ed univoca stringa di numeri e lettere ordinati in maniera causale[4]. La tecnologia blockchain ricorre alla crittografia– o meglio, a diverse tecniche crittografiche a seconda dei casi – per impedire che soggetti diversi dalle parti di una transazione abbiano accesso alla medesima.

Ebbene, in un sistema configurato in questo modo la fiducianella veridicità di quanto registrato è riposta non più nell’autorità centrale che ne supervisiona il corretto andamento, ma nella tecnologia stessa e nei suoi meccanismi di funzionamento interno. Ma se diventa superfluo il ruolo di una terza parte imparziale che supervisioni, registri e convalidi le transazioni e, più in generale, garantisca il regolare funzionamento del sistema, allora anche il ruolo delle autorità centrali (come banche, autorità fiscali, notai, e così via), finora centrale nell’ambito di ogni società, rischia di entrare in crisi. Si ritiene che il meccanismo del consenso elimini il bisogno di una terza parte fidata, rendendo la blockchain una “macchina del tempo”[5], che crea fiducia pur in assenza di fiducia[6], poiché il codice stesso è fiducia. Ma se il codice è fiducia, il codice è anche legge[7]. In effetti il meccanismo del consenso è tale da richiedere che ogni transazione sia conforme alla legge sin da principio, ovvero in sede di convalida di ciascuna transazione. Ogni non conformità è infatti esclusa ex ante[8]. È così che con la tecnologia blockchain si ripropone l’assunto in base al quale in ambiente digitale è il codice a diventare legge[9].

Peraltro, si deve ricordare che gli usi della blockchain non si limitano al solo ambito finanziario, ma la tecnologia è già ora impiegata in numerosi settori. Si rivela infatti particolarmente utile per la registrazione di beni, anche materiali[10], per certificare la provenienza di prodotti[11]e, infine, per gestire i diritti di proprietà intellettuale[12]. Al momento, le potenzialità maggiori si rinvengono, come si vedrà in seguito, nel settore finanziario anche in ragione del fatto che la blockchain deve la sua notorietà alle criptovalute, che, nate come metodi di pagamento[13], nel corso degli anni sono diventati veri e propri strumenti di speculazione finanziaria. Esemplificativa in tale senso è la vicenda dei Bitcoin, ideati da Satoshi Nakamoto[14], pseudonimo sotto il quale si cela un programmatore o un gruppo di programmatori cui si deve il rilascio del primo protocollo informatico di criptovaluta. Il bitcoin[15], che è peraltro solo una delle migliaia di criptovalute esistenti sul mercato assieme alle più recenti Ethereum, Ripple, Litecoin, Monero, etc.[16], nel 2017 ha raggiunto il valore record di 19,511 USD[17][18], dando così origine alla cd. bitcoin bubble[19].

Senza però addentrarsi in questa sede nelle caratteristiche delle criptovalute[20], può comunque essere rilevante per la trattazione successiva ricordare che esse altro non sono che stringhe di codice scambiate tra membri (nodi) di una rete blockchain – da cui la definizione di “monete virtuali” – tutte accomunate dal fatto di essere utilizzabili come unità di conto, di essere destinate alla circolazione, nonché di essere tracciabili e pseudo-nominative[21]. In particolare, è interessante notare come il valore delle criptovalute derivi proprio dalla fiducia riposta dai membri della rete nel funzionamento della tecnologia blockchain, al pari di come il valore della moneta tradizionale non deriva dal valore intrinseco del materiale con cui le banconote sono realizzate, bensì dalla fiducia accordata alla banca centrale[22]. Nonostante la crescente diffusione, le criptovalute ancora sollevano numerosi problemi di regolamentazione[23]e presentano rischi significativi, soprattutto per coloro che ne fanno uso senza disporre di un’adeguata conoscenza del fenomeno e consapevolezza dei rischi connessi.

Tornando però per un momento alla tecnologia blockchain, prima di addentrarsi nel fenomeno degli smart contract che al momento ne rappresentano una delle applicazioni più promettenti, può tornare utile ricordarne i numerosi benefici, che possono essere riassunti in sicurezza, affidabilità e riservatezza delle registrazioni e transazioni[24]. Invero, il meccanismo del consenso decentrato e l’immodificabilità di quanto registrato rendono la blockchain sia esente da errori, sia immune da manipolazioni, aumentando quindi non solo la sicurezza della rete ma anche l’affidabilità delle informazioni registrate. Infine, per quanto tutte le transazioni siano trasparenti e sia certo il momento in cui sono state effettuate, la blockchain non richiede agli utenti di registrarsi e non prevede un controllo ex-ante dei medesimi, offrendo quindi un alto livello di anonimato[25].

I vantaggi della blockchain ora ricordati sono meno forti nei sistemi di blockchain “privata”, che sono quelli che paiono essere adottati da coloro che utilizzano la tecnologia a fini prevalentemente commerciali. Se infatti il consenso è un elemento fondamentale della blockchain, esso ne determina la divisione in due macrocategorie – blockchain “permissioned” e “permissionless” – a seconda che, rispettivamente, sia un attore preselezionato – o un gruppo di attori – ad operare come validatore o che sia la totalità dei partecipanti al sistema a svolgere colletivamente questo ruolo. La blockchain permissioned si definisce poi a sua volta “privata” se sussiste un unico validatore, mentre se si tratta di un gruppo selezionato di nodi si parlerà di “consortium blockchain”.

Non stupirà il fatto che siano prevalentemente queste ultime forme che, pur allontanandosi dalla blockchain come inizialmente ideata per i Bitcoin, si stanno maggiormente diffondendo nel settore finanziario. Invero, un consorzio blockchain è un database dove il processo di consenso è controllato da un numero predefinito di partecipanti e in quanto tale solo parzialmente decentrato. Si immagini un consorzio di istituti finanziari, nel quale sia la maggioranza a dover confermare la validità di ogni blocco che viene processato. Tuttavia, è possibile che questa bockchain rimanga comunque “pubblica”, ossia scaricabile su qualsiasi computer, in modo che chiunque possa vedere i movimenti o i blocchi processati, senza però partecipare attivamente al consenso. In una blockchain privata, invece, il consenso è centralizzato, quindi è un solo nodo a validare i nuovi blocchi e la possibilità di scaricare il software è solitamente ristretta a pochi. A ben vedere si tratta di un database centralizzato, con la sola aggiunta della crittografia come strumento di sicurezza e verifica[26].


[1]In realtà, anche nelle reti blockchain completamente decentralizzate sussiste una differenza tra i nodi/computer che vi partecipano. Saranno infatti soli i nodi che hanno sufficiente capacità computazionale ad acquisire lo status di “miner” e ad avere quindi un ruolo attivo nella prestazione del consenso. Il consenso si basa infatti sulla soluzione di calcoli matematici particolarmente complicati, che possono essere svolti solo se si dispone di un dispositivo con sufficiente capacità computazionale. Sul punto cfr. K. Fanning, and D.P. Centers, Blockchain and its coming impact on financial services, in 27 Journal of Corporate Accounting & Finance, 2016, p. 53 ss., in particolarep. 55.

[2]Il metodo di validazione più noto è conosciuto con il nome “Proof of Work” (PoW): è usato per Bitcoin e prevede il completamente di ciascuna transazione da parte di membri della rete noti come “miners”, i quali competono per risolvere un puzzle crittografico, in cambio di una fee, e in tal modo aggiungere un blocco alla blockchain. Maggiori dettagli in A. Castor, A (Short) Guide to Blockchain Consensus Protocols, in Coindesk, 4 marzo 2017, disponibile all’indirizzo internet https://www.coindesk.com/short –guide –blockchain –consensus –protocols/.

[3]R.T. Svikhart, Blockchain’s Big Hurdle, in 70 Stanford Law Review Online, 2017, p. 100 e ss., in particolare p. 101. Sugli aspetti tecnici di funzionamento della blockchain si veda anche M. Swan, Blockchain: Blueprint for a New Economy, O’Reilly Media, 2015.

[4]P. Cuccuru, Blockchain ed automazione contrattuale. Riflessioni sugli smart contract, in 33La nuova giurisprudenza civile commentata, 2017, p. 107 ss., in particolare p. 109.

[5]The Promise of Blockchain: The Trust Machine. The technology behind bitcoin could transform how the economy works, The Economist, 31 ottobre 2015, disponibile all’indirizzo internet h4.ttp://www.economist.com/news/leaders/21677198 –technology –behind –bitcoin –could –transform –how –economy –works –trust –machine.

[6]R.T. Ainsworth, M. Alwohaibi, The First Real-Time Blockchain VAT. GCC Solves MTIC Fraud, in Boston University School of Law, Law & Economics, Paper No. 17-23, 2017, p. 1 e ss., in particolare p. 21.

[7]A tal proposito non si possono che ricordare le parole di L. Lessig, Code Is Law. On Liberty in Cyberspace, Harvard Magazine, disponibile all’indirizzo internet https://harvardmagazine.com/2000/01/code-is-law-html: “Ours is the age of cyberspace. It, too, has a regulator. This regulator, too, threatens liberty. But so obsessed are we with the idea that liberty means “freedom from government” that we don’t even see the regulation in this new space. We therefore don’t see the threat to liberty that this regulation presents. This regulator is code – he software and hardware that make cyberspace as it is.”.

[8]R.T. Ainsworth, M. Alwohaibi, Blockchain, Bitcoin, and VAT in the GCC: The Missing Trader Example, in Boston University School of Law, Law & Economics, Paper No. 17-05, 2017, pp. 1 e ss., in particolare p. 18.

[9]L. Lessig, Code and Other Laws of Cyberspace. Version 2.0, Basic Books, 2006.

[10]Un esempio in tal senso è offerto dallo Swiss Land Registry, cfr. T. Lyons, L. Courcelas, K. Timsit, Blockchain for Governments and Public Services, report of the European Union Blochchain Observatory & Forum, 2018, p. 28; ulteriori casi sono rinvenibili anche alle pp. 21-22.

[11]F. Tian, An agri-food supply chain traceability system for China based on RFID & blockchain technology, in Service Systems and Service Management (ICSSSM), 2016, p. 1 ss.

[12]M. Zeilinger, Digital Art as ‘Monetised Graphics’: Enforcing Intellectual Property on the Blockchain, in 31 Philosophy & Technology, 2016, p. 15 ss.

[13]Microsoft ha pubblicato precise istruzioni per permettere ai suoi utenti di aggiungere bitcoin ai propri account, disponibili all’indirizzo internet https://support.microsoft.com/en-sg/help/13942/microsoft-account-how-to-use-bitcoin-to-add-money-to-your-account.

[14]S. Nakamoto, Bitcoin: A peer-to-peer electronic cash system, 2008, disponibile all’indirizzo internet https://bitcoin.org/bitcoin.pdf.

[15]Si precisa che “bitcoin(s)” in minuscolo si riferisce alle unità di valuta virtuale, mentre “Bitcoin” con l’iniziale in maiuscolo indica il software sottostante utilizzato per generare (mine) e controllare le transazioni di bitcoin.

[16]Un elenco completo e sempre aggiornato delle criptovalute sul mercato, nonché delle caratteristiche principali e dell’andamento, è consultabile su Coinmarketcap (https://coinmarketcap.com/all/views/all/).

[17]R.T. Ainsworth, V. Viitasaari, Payroll Tax & The Blockchain, cit., pp. 1013-1014.

[18]L’andamento del Bitcoin può essere seguito sul sito Conimarketcap (https://coinmarketcap.com/currencies/bitcoin/), dove sono altresì consultabili storico e statistiche.

[19]N. Smith, Yep, Bitcoin Was a Bubble. And It Popped, Bloomberg, 11 dicembre 2018, disponibile all’indirizzo internet https://www.bloomberg.com/opinion/articles/2018-12-11/yep-bitcoin-was-a-bubble-and-it-popped.

[20]Per una completa analisi si rinvia a S. Capaccioli, Criptovalute e bitcoin. Un’analisi giuridica, Giuffrè, 2015.

[21]Sul punto diffusamente S. Capaccioli, Smart contract: traiettoria di un’utopia divenuta attuabile, in 17 Ciberspazio e diritto, 2016, p. 25 ss., in particolare p. 25.

[22]Sul concetto di moneta, nel mondo analogico e in quello digitale cfr. P. Paech, The governance of blockchain financial networks, in 80 The Modern Law Review, 2017, p. 1073 e ss.

[23]C. Gamble, The Legality and Regulatory Challenges of Decentralised Crypto-Currency: A Western Perspective, in 20 International Trade & Business Law Review, 2017, p. 346 ss.; I.A. Holcomb, Bitcoin’s Standing within the Global Regulatory and Economic Marketplace, in 23 Currents: International Trade Law Journal, 2016, p. 56 ss.

[24]R.T. Svikhart, Blockchain’s Big Hurdle, cit., p. 101.

[25]P. Cuccuru, Blockchain ed automazione contrattuale. Riflessioni sugli smart contract, cit., p. 110.

[26]Z. Zheng, S. Xie, H-N. Dai, X. Chen, H. Wang, Blockchain challenges and opportunities: a survey, in 14 Int. J. Web and Grid Services, 2018, p. 352 ss.


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Maria Lilla Montagnani e Mirta Cavallo

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